Ma la vera domanda è: lo vogliamo davvero? L’effetto wow è un po’ svanito ormai (ne abbiamo visti tanti) ma è subentrata una nuova variabile: la paura del contagio (e del contatto umano)

Il braccio robotico di Once Alike, Australia (Instagram Once Alike)

L’ultimo caso, segnalato da Roast Magazine, è quello di In J, coffeeshop di Portland (patria della third wave) che ha aggiunto allo staff un “braccio meccanico” per fare il caffè. Due le novità: il fatto che alla robotica si affidi non una grande catena ma una raffinata caffetteria specialty indipendente (il proprietario, Joe Yang, è tra i finalisti del campionato di roasting statunitense 2020), ma soprattutto le motivazioni. Non un taglio della manodopera, la sbandierata standardizzazione della qualità o l’agognato “effetto wow” (perdonate l’uso del termine) ma la diminuzione della clientela che evitava il locale per paura del nuovo coronavirus. E di quella cosa che tanto ci piace e che è l’interazione umana, anche con il barista, specie se è simpatico. Aiutato da amici techies, Yang ha programmato il braccio robotico (chiamato Jarvis, progettato dalla danese Universal Robots) per eseguire le preparazioni specialty e lo ha installato in un angolo del locale dal quale prepara – contactless e in assenza di mani potenzialmente germinose ma con una certa lentezza di esecuzione, 4 minuti per fare un caffè – espresso, “latte”, americani, cappuccini (disegni sulla schiuma compresi), chai e latte al matcha, e pure cioccolate calde.

Il braccio, commenta Yang, non ha bisogno di guanti e mascherine. E in effetti in questo momento – ma chissà quanto durerà e se ne arriveranno altri, probabile – il valore aggiunto della sicurezza ci rende i robot un po’ meno freddi e noiosamente nerd.

Che sia la volta buona? Anche ai più smemorati infatti basta una breve ricerca su Google per capire che non è certo il robot al bar non è certo una novità. È ormai circa un lustro che a varie latitudini (partendo da Cina, Corea e Giappone, che per la robotica hanno un debole o magari sono a corto di personale) ciclicamente compare la notizia del giorno: è arrivato il robot barista (o robot cameriere che caffè cibo e bevande li serve, altro grande capitolo su cui questa volta sorvoliamo) pronto a scalzare l’omologo in carne e ossa e rappresentare il bar del futuro eccetera.

Ecco una brevissima e per nulla esaustiva rassegna: nel 2017 debuttava il primo robot barista di Melbourne (altra città icona della third wave), Rocky (l’umanizzazione del robot tramite assegnamento di nome umano la dice lunga) della Once Alike: un mini chiosco – metà caffetteria metà vending machine – che prepara a vista h24 il caffè desiderato ordinato tramite app.

Lo stesso anno a San Francisco faceva la sua comparsa al Café X un robot più dozzinale che si limitava a operare una macchina già automatica spostando freneticamente le tazzine. La start up ha recentemente aperti un chiosco rinnovato e più stiloso (il primo era leggermente kitsch) agli aeroporti di San Francisco e San José.

Altro robot barista è quello della texana Briggo fondata nel lontano 2011, la texana assomiglia più a una vending machine ma si picca di usare caffè specialty. È presente in varie location su e giù per gli States, dagli aeroporti ai palazzetti dello sport.

Dall’alto in basso: il robot della Once Alike, l’ultima versione del chiosco Cafe X all’aeroporto di San Francisco, un Briggo.

Dall’alto: i robot più o meno “umanizzati” di GBL Robotics, Crown Coffee e HIS.

Uscendo dal mondo anglosassone ci sono anche la russa GBL Robotics, dall’aspetto più “umanizzato”, del genere film di fantascienza anni ’60.

Poi c’è Ella (finalmente una donna, seppure virtualmente) della Crown Coffee di Singapore e la giapponese His: non è più in attività, ma nel lontano (si fa per dire) 2018 aveva avuto la geniale idea di aggiungere uno schermo con varie espressioni semi umane al braccio meccanico.

In tutti questi casi si ordina via app, perché spesso l’estrazione avviene non su un bancone ma dietro un vetro (quindi a vista) e come risultato si ottiene un caffè pulito pulito: chissà se queste caratteristiche un tempo dai più ritenute superflue oggi ci faranno innamorare di questi bracci senz’anima.

Inutile chiedersi dove finisca la Mano (una delle quattro “M”, le abilità indispensabili al buon barista secondo i manuali di formazione, insieme a Miscela, Macchina per espresso e Macinino). Non a caso molti di questi robot sono impiegati in aree di passaggio tipo aeroporti o stazioni. Il rapporto con il barista di fiducia, è chiaro, è un’altra cosa. Ma inutile negare che in questo momento è messo a durissima prova. Il futuro? Giro giro tondo … direbbe Hal 9000

 

Anna Muzio

Giornalista

Da vent’anni scrivo nell’incrocio tra turismo, food e attualità per testate di settore e non.

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