La Milano da bere dell’Ottocento era anche questa: una bevanda molto poco glamour per gente che lavorava duro, tiratardi, prostitute e maneggioni

Acido e bruciato, probabilmente maleodorante, sicuramente esausto e condiviso, fin nella tazza che passava di bocca in bocca: si beveva così il caffè a Milano nell’Ottocento. Non che mancassero i caffè di lusso (il Cova, il Savini, il Gnocchi, il Marchesi), tutti specchi e banconi di legno e zinco, tavolini di marmo e le primissime macchine – sorta di caldaie costantemente a rischio esplosione, tanto che per farle funzionare ci voleva un patentino da “fuochista”. Ma il popolo, quei primi caffè in candide tazzine non se le poteva certo permettere. Per loro c’era il caffè del ginoeucc. Così chiamato, in milanese, forse perché i carretti sui quali era preparato e venduto “non arrivavano all’altezza del ginocchio”. O perché si beveva così, all’aperto, senza déhors e tavolini, accovacciati sul marciapiede appoggiandolo sulle ginocchia, la mattina, con un pezzo di pane (la michetta, o micca, quando c’era) e spesso e volentieri anche un corroborante bicchierino di sgnappa.

Un proto-chiosco insomma, che apriva alle prime luci dell’alba, o anche prima, nel buio delle lunghe e fredde notti invernali, e alle 10 del mattino aveva già tolto il disturbo per fare spazio ad attività più serie e remunerative (business is business, siamo pure sempre a Milano): i gelatai, i venditori di limonata o acqua gassata, di cocomero o noce di cocco.

Vendere il caffè del gineoucc invece era un’attività da battaglia, per povera gente: lavoratori, guidatori di tram (che furono anche donne durante la Grande Guerra, reclutate per tenere il posto ai mariti al fronte), prostitute e ladruncoli. Quel sottobosco di lavoratori notturni più o meno legali che si ritrovava in piazza Duomo, allora crocevia e centro ribollente di vita, da cui partivano tutte le linee dei tram della città. Qui infatti – e davanti alla stazione Centrale – si trovavano i carretti più “famosi”, l’aristocrazia della fetecchia.

Già, perché il caffè era ricavato dagli scarti dei bar di lusso, quelli della galleria, spesso bollito e ribollito più volte. Le tazze erano poche e circolavano di bocca in bocca senza essere lavate, al massimo una sciacquatina in un secchio d’acqua sporca posto a lato del carretto.
Così lo descrive Severino Pagani, nel suo affascinante libro sugli antichi mestieri milanesi: “un piccolo carretto a mano … sul quale era installata la grande, ampia caffettiera, e il caffè era confezionato e tenuto caldo su un capace braciere a carbonella; sullo stesso carretto, tutte intorno alla caffettiera erano ammassate le tazzine”. E ancora, “un palloncino di carta alla veneziana, con un mozzicone di candela, una piccola lampada all’acetilene, fissata ad un’antenna, illuminava la modesta scena, quando arrivavano i primi avventori di quella strana, traballante, improvvisata bottega”. Cinq ghej per il caffè semplice, dieci per il doppio, correzione su richiesta, spolverata di zucchero o aggiunta d’acqua calda, gratis. 

Piazza Duomo era allora – prima dello sventramento di epoca fascista, negli anni ’30  – tutt’altra cosa rispetto ad oggi. Oltre ai locali di lusso della Galleria Vittorio Emanuele, c’era, come in ogni piazza cittadina o sagrato dal Medioevo in poi, un popolo di rivenditori di cibi cotti e bevande e fiori, i saltimbanchi (oggi busters o performer da strada) ma anche polli e maiali, secondo il Pagani, che non disegnavano qualche scappatella dentro il Duomo. A destra della cattedrale gotica più grande d’Europa c’era, tra Piazza Duomo e via Larga, il terribile e malfamatissimo quartiere medievale del Bottonuto. Tutto, bordelli (numerosi) e chiese, drogherie e trattorie, case di ringhiera e parrucchieri, fu raso a suolo per dare spazio a un’anonima Piazza Diaz. Immaginiamo anche da lì venissero i vetturini e i panettieri che iniziavano a lavorare ancora al buio, i muratori giunti dalla provincia arrivata in gamba de legn, i tram che univano Milano all’hinterland che evidentemente non si chiamava ancora così, le “proletarie dell’amore” e i nottambuli “di tutte le risme e speci” e i senza fissa dimora, borsaioli e lestofanti.

Insomma Milano, oggi all’avanguardia nella scena nazionale specialty, dove si può trovare un raffinato Gesha senza troppa difficoltà, tra Otto e Novecento era anche così: sporca, imbruttita (nel senso vero del termine) e miserabile. E il caffè del ginoeucc era la sua bevanda. Quanto alla tazzulella, verrebbe da dire, avercene…

 

Bibliografia:

Severino Pagani, Il Barbapedanna e altre figure e figurine della Milano di ieri,1974, ed. Virgilio.

Foto: Raccolte Grafiche e Fotografiche del Castello Sforzesco. Civico Archivio Fotografico, fondo Foto Milano, FM ALBO EL NOST MILAN 1/19 Link risorsa: http://www.lombardiabeniculturali.it/fotografie/schede/IMM-3a130-0006124/

Anna Muzio

Giornalista

Da vent’anni scrivo di turismo, food, tecnologie e attualità