Storia e significato di una pratica spontanea tipicamente napoletana che ha resistito a tutti i tentativi di essere codificata

Ci sono poche cose che sono in grado di raccontare quel catino ribollente di umanità caotica che è Napoli meglio del cosiddetto “caffè sospeso”. Pratica che consiste di fatto nell’atto di offrire una tazzina al mondo come gesto di gratitudine generica epperciò universale perché hai ricevuto una buona notizia, perché hai trovato un lavoro magari a cottimo, perché hai fatto un terno al lotto, perché tuo figlio è guarito da una malattia, o anche semplicemente perché sei di buon umore, e il buon umore è pur sempre un dono di un qualche dio. Un tempo chiunque a Napoli si trovasse in tale disposizione d’animo era uso lasciare alla cassa un caffè pagato. Che poteva essere consumato da chiunque al contrario, beffato da una sorte dispettosa per un giorno, per un periodo e per la vita, entrasse a chiederne conto.

Una meraviglia di generosità minuta, un modo tutto partenopeo di ingraziarsi il fato che a in quella città è un soggetto sempre tenuto in gran conto. Ma anche una pratica che con alterne fortune – come vedremo – ha subito il tentativo di essere irreggimentata in comportamenti codificati di solidarietà organizzata.

Ma com’è nata questa abitudine? Lo scrittore Riccardo Pazzaglia qualche anno fa volle vedere la sua origine nelle bonarie discussioni tra gruppi di amici e colleghi al bar all’atto del pagare i caffè consumati. Ciascuno voleva aggiudicarsi il favore di poter offrire quel piccolo piacere seguendo i dettami di quel galateo tipicamente meridionale che prevede un po’ di generosa prepotenza. Capitava così che il cassiere si trovasse a ricevere più soldi di quanti gliene fossero dovuti e che quindi l’avanzo venisse convertito in caffè sospesi da destinare ad anonimi bisognosi, in modo che nella contesa della cortesia nessuno perdesse la faccia. Luciano De Crescenzo invece era più filosoficamente convinto che si tratti di un gesto di entusiasmo estemporaneo, oppure in qualche caso di disperazione, che mette in campo tanto la generosità dell’offritore quanto la dignità del ricevitore, resi fratelli da questo scambio silente. Con punte di esagerazione come quella descritta in un passaggio del libro del 2008 intitolato proprio “Il caffè sospeso. Saggezza quotidiana in piccoli sorsi”: “Un giorno ho conosciuto un brav’uomo, bisognoso di fare amicizie, che di sospesi ne pagava addirittura cinque”.

Come che sia, il caffè sospeso è un’abitudine che è caduta in disuso ed è poi ritornata in voga negli ultimi anni con un piglio meno spontaneo; se ne sono appropriate organizzazioni di buona volontà che hanno tentato di istituire giornate ad hoc (immaginate un giorno in cui tutti offrono caffè: chi li berrebbe mai?) e provato anche ad adottarlo per altre tipologie di prodotto. A Milano da qualche anno prima di Natale un’associazione si incarica di raccogliere panettoni in beneficenza da destinare alle famiglie meno abbienti, ma l’iniziativa – per quanto commendevole – non ha le stimmate del gesto d’impulso, quasi dadaista, che ha il caffè sospeso.

Resta l’ultima considerazione, quella che più sta a cuore a noi, che di caffè ci occupiamo in tutti i suoi aspetti. Quello che ci colpisce della pratica del caffè sospeso è che costituisca la moneta di taglio più piccolo della solidarietà, facendoci apparire il caffè per quello che è per i napoletani e in fondo per tutti gli italiani. Una sorta di diritto inviolabile, una cosa irrinunciabile per garantire la quale a tutti si inventano meccanismi spontanei di ammortizzazione sociale. Il caffè di cittadinanza, praticamente.

Andrea Cuomo

Giornalista

Inviato del Giornale e collaboratore di diversi periodici nel settore wine&food

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