È l’unico che i bar possono erogare dopo il 4 maggio e in attesa della vera riapertura. Ma gli italiani si accontentano. E celebrano con entusiasmo il rito ritrovato

Ammettiamolo: nella gerarchia dei piaceri caffeinici – a cui chi bazzica Coffeando presumibilmente indulge – il caffè da asporto occupa davvero una delle ultimissime posizioni, forse davanti soltanto al caffè liofilizzato da studente fuori sede e a quello del distributore negli uffici, con il collega simpaticone (pensa lui) in stile “Camera Café”. Il caffè da asporto è una soluzione di ripiego, una cosa da cantiere edile, da moka bruciata, da trasloco, da seggio elettorale. Il bicchierino di plastica che brucia le dita e poi a un certo punto non le brucia più e questo vuol dire che si è freddato, la bustina di zucchero che non sai dove mettere, la palettina di plastica per girarlo: tutto contribuisce a fare della degustazione di questa bevanda una situazione emergenziale. Un caffè sospeso ma nel senso dei diritti civili.

E infatti serviva una superemergenza, la più grande da quando chiunque di noi è vivo e dotato di coscienza, un enorme cantiere di ansie e solitudini, per farci vivere l’epresso nel bicchierino come il più grande dei piacere, una botta di vita.

Questo piccolo miracolo è avvenuto il 4 maggio, nel Capodanno della Fase 2 che ci ha restituito una fettina della grande torta delle libertà che due mesi fa ci è stata fatta scomparire davanti agli occhi. Tra le piccole concessioni al rigido lockdown a cui siamo sottoposti dal 12 marzo (ma in Lombardia anche prima), il governo ha deciso che i bar potevano riaprire ma solo per il take away. Qualsiasi cosa venga acquistata deve essere consumata fuori dal locale e badando bene a evitare qualsiasi assembramento. Una cosa un po’ penosa, essendo l’andiamoci-a-prendere-un-caffè-al-bar l’esperanto della socialità basica all’italiana.

Come che sia, la cosa ci è piaciuta. Una libertà in plastica è pur sempre meglio di una non libertà. E così da lunedì le bacheche e le stories dei social sono piene di immagini di mani che orgogliosamente (oddio, le mani possono essere orgogliose?) stringono cilindri di plastica con tappo di ordinanza, prima conquista sociale sulla strada degli aperitivi (wow) e delle cene (strawow).

Il sito di un importante canale all news, TgCom24, ha anche dedicato al rito riconquistato una gallery pubblicando gli screenshot di alcuni post di consumatori in deliquio per la “vecchia” novità. Chi contava i giorni allargandosi un po’ sull’inizio (“4 marzo 2020-4 maggio 2020. Cronostoria della #quarantena”), chi ne esagerava gli effetti (“un caffè espresso, ristretto, dopo due mesi. Salterò come un canguro per tutto il giorno!”), chi era più realista (“prove di normalità”), chi si faceva prendere vendittianamente un po’ la mano (“certi amori fanno giri immensi e poi ritornano”). Ma un po’ di retorica si può perdonare dopo tanto divano.

Quello che ci chiediamo è: questo rinnovato e un po’ obbligato amore per il caffè “di strada” potrà aprire la porta anche da noi all’abitudine di girare con il bicchierone pieno di una calda bevanda per le vie della metropoli come accade a New York ma anche a Londra e a Singapore? Certo, lì dentro c’è un caffè molto diverso, filtrato e lungo, adatto a un consumo lento che si sposa con uno spostamento a piedi. E d’inverno ci si scaldano le mani e i pensieri. Qualcosa di molto diverso dalle nostre abitudini che vedono nel caffè al bar un brevissimo momento di socialità con colleghi e amici, e alla peggio con il barista. Non siamo gente da caffè da marciapiede. A meno che un virus non ci cambi anche in questo

Andrea Cuomo

Giornalista

Inviato del Giornale e collaboratore di diversi periodici nel settore wine&food

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