“Un’altra tazza di caffè prima di partire”. Mi sentivo proprio come quel tipo della canzone di Bob Dylan. Facevo il duro con una ragazza messicana, ma in fondo non sapevo neanche che caffè ordinare prima di andarmene e mollarla lì a dormire sull’amaca. Lei sognava certamente qualcosa. Magari di fuggire con me. Salire su un fuoristrada e andare a tutta velocità tra i filari di agave blu. Io stavo lì come un pirla senza saper scegliere quale caffè ordinare. E lei sognava di scappare con me.

 “Il tuo respiro è dolce. I tuoi occhi sono come due gioielli nel cielo”. Non sono proprio versi da premio Nobel, tuttavia a me quella fottutissima canzone del Menestrello è sempre piaciuta. E sono volato fin qua proprio per rivivere l’atmosfera del disco. Ho viaggiato dal Texas razzista al Messico dolente, fino a che l’altra sera non ho incontrato la stessa ragazza del disco, la schiena dritta e i capelli lisci e neri fino ad abbagliarti. Abbiamo bevuto tequila tutta la notte. E poi il resto. Ma ora è il momento di ordinare un’ultima tazza di caffè e andarsene. Mi aspetta un altro lungo viaggio inconcludente.

Mi ha detto di essere figlia di un fuorilegge. Forse per fare più colpo su di me. Ha detto di saper leggere il futuro nei fondi di caffè. Ha detto che se fossi ripartito da solo sarei restato solo per il resto della mia vita. Come un cane randagio.

Dovevo solo ordinare un’ultima tazza di caffè e poi sarei partito comunque. Non credevo a certe stregonerie. Poi la ragazza aprì gli occhi e mi guardò. Nei suoi occhi lessi i suoi sogni.

Ordinai un’altra tazza di caffè. E decisi di fermarmi ancora una o due settimane. Lei riprese a dormire. Io ricominciai, dopo tanto tempo, a sognare.

 

Photo by Rafael Bonilla on Unsplash

Alberto del Giudice
giornalista

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