Nella città in cui il caffè ha una storia antica (e un po’ impolverata) e in cui il turismo banalizza l’offerta, al Ghetto c’è un’altra storia

Venezia è la bella addormentata del caffè. Si crogiola su glorie antiche, sui locali resi celebri dalle commedie di Carlo Goldoni (una, “La Bottega del Caffè”, è un corpus corale di piccole storie e miserie che hanno un bar ante litteram come palcoscenico), su luoghi storici come Florian, come Quadri, come La Calcina, che sono solenni e un po’ impolverati, lontani dalla scena contemporanea della bevanda nera che tiene sveglio il mondo.

Andar per caffè tra calli e campi è un’esperienza piuttosto frustrante. Si incontrano solo bar a vocazione turistica in cui si “sbigliettano” espressi senza gloria, qualche pasticceria (Rizzardini, Tonolo, Nobili) in cui se non altro trovi i veneziani a ciacolar, più spesso però con un’ombra nel bicchiere che con un caffè. Insomma, l’apoteosi del caffè “medicinale”, che si “assume” per abitudine e adrenalina, e non per il piacere organolettico.

Poi arrivi al ghetto, nel sestiere di Cannaregio, il dorso del “pesce” che è la silhouette di Venezia, e scopri un’altra realtà, purtroppo unica in questa città in cui andare oltre la cartolina è spesso arduo. Scopri la Torrefazione Cannaregio, il solo posto a Venezia dove si pratica la cultura del caffè come la intendiamo noi di Coffeando. Un luogo in cui il tempo si sospende.

La Torrefazione Cannaregio (Fondamenta dei Ornesini, Cannaregio 2804, tel. 04171671, torrefazionecannaregio.it) nacque nel 1930 nello stesso luogo in cui è ora, in una strada affacciata su un canale piena di ristoranti, bacari e wine bar frequentati da turisti ma anche da molti locals; del resto San Marco e il Ponte di Rialto non sono vicinissimi e questa non è una zona di passaggio verso gli highlights del turistame. È al momento l’unica torrefazione con mescita in centro, utilizza ancora una tostatrice a tamburo degli anni Quaranta dello scorso secolo. I caffè, che sono anche in vendita da asporto (in chicchi interi o su richiesta macinati) sono l’house blend Remer, un cento per cento Arabica che viene venduto a 25 euro al chilo, come del resto la Bricola (70 Arabica e 30 Robusta) e la Miscela del Ghetto, che omaggia il genius loci e rappresenta al momento il vero vanto del locale. Ci sono poi alcuni monorigine cento per cento Arabica, che arrivano dal Guatemala, dall’Etiopia (Sidamo), dal Perù, dalla Colombia. I top sono un brasiliano che arriva da Fortaleza e La Reserva Presidente che giunge dalla Costarica, venduti rispettivamente a 59 e 60 euro al chilo. Chi vuole degustare in loco, seduto nei tavolini interni o in quelli esterni affacciati sul canale (che noi avevamo inizialmente scelto salvo arrenderci all’afa agostana) trova naturalmente espressi, tutta la ricca carta di variazioni tradizionali (macchiato, caffelatte, cappuccino, shakerato), locali (venexian, con ampio apporto di cacao, moretto) e internazionali (flat white, frappuccino, espresso tonic). Chi come noi preferisce un filtro può avere un americano, un Bunn, un v60. Noi che abbiamo una predilezione anche estetica per la Chemex che abbiamo intravisto su uno scaffale, abbiamo chiesto un Colombia così preparato e il giovane barista, a cui non abbiamo chiesto il nome (non da noi) ce lo ha preparato a regola d’arte ma con l’aria contrariata.

Gli interni della torrefazione e la preparazioni dei caffè “slow”.

Ci confesserà poi che lui preferisce il v60. Ci spiace di avergli dato un piccolo dispiacere. Il caffè era comunque buonissimo: elegante, cioccolatoso, con una nota verde vagamente solare. E il locale? È un luogo dove si respira la storia, anche se è stata fatta qualche concessione all’estetica internazionale degli specialty: mattoni a vista, legno, sacchi di juta, lavagna con il menu, vasetti con le spezie. La bottega del caffè come la vedrebbe un Goldoni del XXI secolo.

Andrea Cuomo

Giornalista

Inviato del Giornale e collaboratore di diversi periodici nel settore wine&food

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