Un caffè, per piacere,

Senza aggiungere altro.

Noi italiani il caffè lo intendiamo così. In un unico modo. Al punto che come in una sineddoche confondiamo la parte per il tutto, scambiamo con un pizzico di malafede un unico modo di preparare e bere la nera bevanda, il nostro, con la bevanda stessa, concependo l’espresso come il solo modo accettabile, anzi il solo possibile, di prendere un caffè. Per questo entriamo al bar e chiediamo: un caffè, per piacere. Senza aggiungere altro, convinti che il barista – che ci conosca o meno – sappia benissimo che cosa debba servirci. Un espresso. Punto.

Se vogliamo qualcosa di altro, una estrazione lenta, un caffè differente, dobbiamo specificarlo bene e subire lo stigma sociale di essere guardati come degli stranieri, degli eccentrici, degli incompetenti. Noi questa cosa abbiamo preso a chiamarla “tazzismo”, il razzismo della tazza, la lieve discriminazione che gli italiani praticano nei confronti di chiunque sorbisca il caffè da un contenitore differente dalla piccola cupola in cui vengono distillati pochi millilitri di un estratto scuro e bollente.

Guai poi se un cliente curioso o colto voglia sapere qualcosa di più sulla provenienza della materia prima o sulla composizione della miscela. Una sua richiesta di informazioni potrebbe provocare un confuso borbottio oppure una reazione evasiva. Raramente la risposta sarà chiara e informata.

Per questo abbiamo sentito il bisogno di raccontare agli italiani l’altra faccia del caffè, come si racconterebbe un po’ di mondo a chi non si è mai mosso dal suo paesino, convinto che fosse il più bello del mondo, e quindi perché cercare altro?

Questo web mug-azine, che vuole allargare la tazza (e la testa) degli italiani, non si rivolge agli addetti ai lavori anche se non volta loro le spalle e anzi conta sulla loro collaborazione. Si rivolge a clienti insoddisfatti di caffè amari come il copertone di una ruota, a persone che girano il mondo e hanno capito che l’Italia non è più l’unica patria riconosciuta di questa bevanda, ma anche a quelli che girano per le nostre città e vedono spuntate piccole torrefazioni quasi clandestine dove un caffè panamense costa cinque euro, una cifra per noi assurda, ma poi lo assaggiano e capiscono che tanto assurda alla fine non è.

Nei nostri giri per il nuovo mondo del caffè e per il nuovo caffè del mondo abbiamo capito che chi crede nel caffè di qualità e si sbatte per renderlo disponibile spesso fatica a comunicare il suo lavoro. Un po’ perché si scontra con una tradizione che rende il pubblico medio presuntuoso e poco aperto all’innovazione, un po’ perché soffre di autoreferenzialità, accontentandosi di parlare a una nicchia di illuminati. Noi faremo proprio questo: girare per il mondo – o per l’Italia – per trovare nuovi modi di proporre e bere il caffè, intervistare chef ma anche personaggi noti in altri campi e chiedere loro il rapporto con la nera bevanda: perché abbiamo scoperto che ognuno ha una sua idea di caffè, e spesso non è mica scontata. Racconteremo i vari metodi di estrazione: ne nascono in continuazione o se ne riprendono di antichi. Proporremo nuovi modi e nuovi stili per berlo o mangiarlo, questo oro nero complesso che accompagna tutti i nostri risvegli e i nostri pasti, ma del quale sappiamo sempre troppo poco.

Il nostro sogno è far dialogare tradizione e novità, passato e futuro in quella cosa chiamata presente. Vorremmo diventare un luogo di dialogo e riflessione, un laboratorio di cambiamento intelligente, una agorà aperta a tutti, perfino ai tazzisti.

Ma il nostro sogno è far sparire quella virgola. E trasformare: un caffè, per piacere, in: un caffè per piacere.

La Redazione

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