Fanno ciclicamente notizia, provengono da lotti rarissimi o particolari metodi di produzione, raccolta o preparazione.
Ma perché stupirsi,
il lusso e l’eccesso esistono
in tutti i settori. È il capitalismo, bellezza

 Accade ciclicamente, diciamo ogni anno, anno e mezzo: le agenzie lanciano e quotidiani e siti web riprendono e diffondono la notizia che, in qualche parte del mondo, una “umile” tazzina di caffè è stata venduta a un prezzo davvero fuori dall’ordinario. Il segreto sta naturalmente nella materia prima, preziosa come e più di un caviale Beluga o un tartufo bianco o un manzo wagyu. Possibile, per un caffè? Certo. Ecco alcuni esempi.

L’ultimo in ordine di tempo è finito sulle colonne del britannico The Standard, che ha spedito una fortunata redattrice a degustare una tazzina di espresso da 30 sterline (oltre 35 euro) da Jacu, una nuova caffetteria di Westminster. Il caffè? Un chicco brasiliano proveniente dalla regione di Espirtu Santu e che – con un processo simile a quello del contestatissimo Kopi Luwak, il caffè indonesiano predigerito da zibetti brutalizzati per produrlo e che costa in tazza dai 35 ai 100 dollari – è stato beccato da un rarissimo uccello chiamato appunto Jacu. Un pennuto gourmet che del caffè sceglie le drupe più mature, delle quali è ghiotto. I chicchi raccolti dai suoi escrementi danno un caffè “assolutamente privo di retrogusto acido e con una lunga persistenza”.

Vendeva ancora più cara la tazza però la catena di caffetterie californiane Klatch Coffee, che a maggio 2019 fece notizia per aver messo in vendita, ancora, la tazza più cara del mondo: 75 dollari, oltre 68 euro. Si trattava di una Elida Natural Geisha 803, dove 803 stava per il prezzo, in dollari, alla libbra (454 grammi). Biologico, Best of Panama di un lotto di 100 libbre – tanto che ne sono state messe in vendita solo 80 tazze -, per la gran parte finito in Giappone, Cina e Taiwan secondo l’Associated Press. Parliamo di un’Arabica (ovviamente) “con sentori floreali e note di gelsomino e frutti rossi”.

In questa classifica non potrebbe mancare Dubai. E infatti a settembre 2019 la compagnia di Panama (ma fondata dall’americano Joseph Brodsky) Ninety Plus ha dichiarato di aver battuto il proprio record mondiale per il caffè più costoso, vendendo una sua monorigine a Espresso Lab a Dubai per 10.000 dollari al chilogrammo. “Il caffè più costoso del mondo sta arrivando a Dubai – Emirati Arabi Uniti e siete cordialmente invitati”, era scritto in un post su Facebook. Il micro-lotto in questione era costituito da una serie di “prototipi di caffè”, i lotti 2105 e 903, “che hanno offerto un paio di stili contrastanti, mostrando la flessibilità e il futuro della varietà gesha (geisha)” ed è stato venduto ai comuni (ma ricchi) mortali al prezzo davvero astronomico di 250 dollari (229 euro) a tazza. Sempre a Dubai un Esmeralda Geisha Canas Verdes andava via a 55 dollari per il sacchettino da 15 grammi da Seven Fortunes.

Quanto a Starbucks, fece notizia nel 2012 la su incursione nei caffè superpremium, con una varietà sempre di gesha della Finca Palmilera, una piantagione di proprietà dell’azienda con la sirenetta in Costa Rica, proposta a 7 dollari la tazza superando il Jamaica Blue Mountain, altra varietà che spunta prezzi decisamente interessanti e che potremmo considerare l’antenata degli specialty essendo sul mercato da parecchio tempo: è una Arabica Typica importata dalla Martinica nel 1728 e che ha trovato nel terreno vulcanico e nelle altitudini elevate e avvolte nelle nebbie delle Blue Mountains l’habitat ideale.

Per finire una considerazione: non abbiamo dati ma in Italia non ci risulta sia stata mai pagata a una tazza a un prezzo superiore ai 15 euro. E si capisce, in una situazione in cui già un aumento di pochi centesimi provoca alzate di scudi e polemiche infinite. Perché da noi il caffè è una commodity, anzi di più, una sorta di ammortizzatore sociale. Che in tutta Italia si vende all’interno di una variabile di 24 centesimi: secondo una recente elaborazione di Fipe Confcommercio su dati Istat relativi a ottobre 2019, la tazzulella a Catanzaro costa in media 80 centesimi (prezzo più basso) mentre a Bolzano giunge alla vetta di un euro e 14 centesimi. Tanto che fece scalpore un paio di estati fa la tazzina a 11,50 euro servita in piazza San Marco a Venezia. Ma in quel caso il prezzo non era certo giustificato da una materia prima sopraffina: pare fosse “un”, banalissimo, caffè. Ma come ormai dovremmo sapere, non tutti i caffè sono nati (e prodotti e lavorati, ed estratti) uguali.

Anna Muzio

Giornalista

Da vent’anni scrivo nell’incrocio tra turismo, food e attualità per testate di settore e non.

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